Prendersi cura: una scelta, non un mestiere

C’è una parola che torna, ostinata, ogni volta che uomini e donne del non profit si riuniscono per fare il punto sul mondo che li circonda. Non è una parola tecnica, non compare nei bilanci né nei piani di gestione. Eppure è quella che tiene insieme tutto: missione.

Ad Assisi, il 14 e 15 maggio, gli enti aderenti a Uneba — la rete nazionale del non profit di ispirazione cristiana che si occupa di anziani, persone con disabilità, minori e salute mentale — si sono ritrovati sotto il titolo “Accogliere e servire nello spirito di San Francesco”. E la risposta che è emersa, chiara e condivisa tra le voci più diverse, è la stessa che la Fondazione Antonio Emma Cerino Zegna conosce da oltre cent’anni: lo facciamo per missione e per scelta, non per business.


Una storia nata da un atto d’amore

La Fondazione nasce nel 1918 da un gesto che ha già in sé tutto: Antonio Cerino Zegna lascia in eredità i propri beni per costruire qualcosa di duraturo, e lo fa per rendere omaggio alla memoria della moglie Emma. Non un investimento. Non una strategia. Un atto d’amore trasformato in cura concreta per i più fragili, ispirato allo spirito del Cottolengo di Torino — quella “Piccola Casa della Divina Provvidenza” dove da quasi due secoli nessuno viene respinto.

Da Occhieppo Inferiore a Biella, ogni giorno la Fondazione continua a declinare quella stessa scelta: stare vicino agli anziani e alle persone con disabilità, in modo particolare a chi ha meno risorse, con la gratuità di chi sa che il valore di una vita non si misura con la sua autonomia.


Mettere al centro la persona

Dal convegno di Assisi è emerso un filo conduttore che attraversa tutte le sessioni di lavoro — anziani, disabilità, minori, salute mentale — e che suona familiare a chiunque operi nel solco di una tradizione come quella della nostra Fondazione. Lo ha sintetizzato bene Vincenzo Cappannini, presidente di Uneba Umbria: “Ciascuno viene chiamato per nome e riconosciuto nella sua unicità.”

Mettere al centro la persona. Non la diagnosi, non la categoria, non il “caso”. La persona, con la sua storia, i suoi legami, la sua fragilità specifica e irripetibile. È esattamente questo che accade ogni giorno nelle nostre strutture, quando un operatore si siede accanto a un ospite non per eseguire una procedura, ma per starci — semplicemente, completamente.

Virginio Marchesi del Centro Studi Uneba lo ha definito con parole che non lasciamo andare: la cura è “un’alleanza tra accudente e accudito”, uno spazio di attenzione, di ascolto, di comprensione reciproca. Un’alleanza che nei servizi agli anziani — ha sottolineato più di una voce al convegno — passa prima di tutto dalla qualità delle relazioni umane. Non dagli strumenti, non dai protocolli. Dalle relazioni.


La fragilità come luogo d’incontro

Il convegno ha acceso i riflettori su scenari che non possiamo ignorare. Aumentano i minori in comunità, si aggravano le fragilità psichiche nei più giovani, le famiglie fanno sempre più fatica. E nel campo della salute mentale persistono grandi disomogeneità tra regione e regione, con risposte ancora troppo diverse a seconda di dove si vive.

Sono le stesse realtà che, in forme diverse, bussano ogni giorno alle porte delle nostre residenze. Anziani sempre più soli, famiglie in difficoltà, bisogni che cambiano e si complicano. Ma la fragilità, in questa prospettiva, non è solo un problema da gestire. È un luogo d’incontro. È lì che il senso del prendersi cura si fa più vivo, più necessario, più umano.

“Il nostro servizio di cura deve consistere nel cercare nel volto delle altre persone Cristo”, ha esortato Pierangelo Pugliese, presidente di Uneba Puglia. Potremmo dire anche: ritrovare, in ogni persona che accogliamo, il motivo per cui siamo qui. Il motivo per cui questa Fondazione esiste da oltre un secolo.


Radici che reggono

Il presidente nazionale Uneba Franco Massi ha lanciato ad Assisi un appello alla coesione: meno autoreferenzialità, più coordinamento, più disponibilità a camminare insieme per il bene di chi è affidato alle cure del non profit cattolico. Un appello che ha trovato risposta concreta nell’avvio di un cammino comune tra Uneba, Fism e Aris — tre realtà diverse, stessa radice, stesso orizzonte.

La Fondazione Cerino Zegna si riconosce in questo spirito. In un momento in cui le risorse scarseggiano, le riforme tardano — la piena applicazione della riforma della disabilità è attesa per il 2027, ma più di una voce al convegno ne ha messo in dubbio la puntualità — e le certezze sono poche, la tentazione potrebbe essere quella di ridurre tutto a una questione di numeri. Ma le radici tengono proprio nei momenti difficili.

Quelle radici si chiamano gratuità, solidarietà, attenzione all’altro. Si chiamano volontariato, comunità, responsabilità condivisa. Si chiamano, ancora oggi come nel 1918, missione.

Ed è per questo che andiamo avanti.


Fonte: convegno nazionale Uneba “Accogliere e servire nello spirito di San Francesco”, Assisi, 14-15 maggio 2026.